CambuasciaNOIR

0

CambuasciaNOIR

 

Eravamo in tre. Numero perfetto, direte voi. E allora sarebbe stato perfetto anche il veicolo che avevamo approntato, come fosse una macchina da guerra. Forse da guerriglia.

Oddio, appostati e stretti come tonni, dentro scatolette di tonno, in quel mezzo, a dir poco di sfortuna, avremmo dettato paure e timori anche in Chuck Norris, al top della forma….

 

Il nostro trerrot rosso fuoco era appostato in un angolo. Coperto da poche siepi, a dare un senso di mimetizzazione mal riuscita.

 

Il posto, dicasi, piazza della materecclesia. La soffiata ci era costata mille cazzi di euri. A sciusciare nelle nostre orecchie era stato un certo Pepp Cuperton, finto gommista. Cosiddetto per via della assuefazione alle biggbabbol, con le quali riusciva a fare palloni di dimensioni bibliche, da lui definite, appunto, cupertun e’ camion.

 

Coi mille euri nostri u’ putevan fa pur socio di capitali, alla bigbabbol.

 

Certo, dover organizzare un agguato in piena regola, con Giuann  U’ Sdentat e Capazzappon, sarebbe stata impresa complicata anche per il più ferrato dei fedayn.

 

E la nostra tattica pseudo bellica, un Rommel qualsiasi, l’avrebbe insegnata ai nipotini balenghi dei caporali del Terzo Reich.

 

In fondo, avremmo solo dovuto attaccare un Fiat Leoncino del ’72, fare brutto a due manovali di malavita e fotterci il carico.

 

Cento casse di acqua di Saepinum, pura, avrebbero fatto gola a qualunque spacciatore. Una volta arraffata, l’avremmo tagliata con l’idrolitina e venduta di contrabbando.

 

Ci avremmo guadagnato cinque volte tanto.

 

E la cosa era troppo allettante.

 

Alla bisogna, ci eravamo armati di tutto punto e di ogni ben di Dio.

 

Sacchetti di brecciolino di San Giuanniell, cerbottane a canna multipla con mirino di precisione, cuppitielli di cartoncino Bristol, accattati in mano ad Angeluccie U’ Cines, e pagati con un postdatato a 120 giorni.

 

Il tutto, apparato con precisione nel cassone del trerrot, coperto con un plaid, rubato alla nonna di Capazzappon, che lo usava, a mò di copri gambe, mentre struzziulava ad uncinetto.

 

Facevamo brutto, se ci mettevamo di impegno.

 

E per ingannare l’attesa, un ruoto di sagna con passite di Boiano e pulpettin, il cui odore aveva invaso la cabina. Oltre a pizza bianca con prosciutto di casa e caciocavallo di Agnone, che Nicola a cento metri, manco negli anni d’oro se la sognava.

 

Il tutto, condito da birra Forrest, che U’ Sdentat già stava cuotto dalla mattina, al quale avevamo raccomandato calma e silenzio. Essendo dotato di una capacità ruttatoria che un kalashnikov, al confronto, era na bumbetta a  acqua.

 

Al contrario di me. Il mio unico diger seltz sarebbe stato un esorcista.

 

Il frignare di Capazzappon era di accompagnamento alla frugale e leggera cena. Fra biascicati chitemmuort, lancinanti lafessesoreta e pungenti quanncazzsmuovnaveni’, l’attesa procedeva lenta.

 

La paura che il sonno potesse prendere il sopravvento, dietro consiglio di John U’ Spadaccin, due esami di medicina e chirurgia nel 1987, veniva velata da un succedaneo di viagra thailandese. Mah.

 

Con una pasticca avevamo fatto tre parti uguali. L’ottimismo ci avrebbe portati a pensare che, nel caso, fosse andato tutto a puttane, avremmo risolto andando a puttane, quelle vere, sul sicuro.

 

Avevamo la delinquenza nelle vene, quando restava spazio fra colate di luppolo, malto e tintilia.

 

La notte scorreva lenta. Non succedeva nulla. Che ci avessero detto una puttanata, stavamo cominciando a pensarlo. A momenti il parroco della materecclesia avrebbe detto messa.

 

Capazzappon, a dire il vero, abbisognava di una benedizione urbi et orbi, che avrebbe dato un senso anche al nostro banditesco agguato.

 

Fu così, che ci ritrovammo a fare i chierichetti, acqua e vino, al cospetto di tre vegliarde che, orapronobis, snocciolavano il rosario.

 

Ne uscimmo puliti.

 

E benedetti.

 

In fondo, come avremmo fatto a caricare, pur mangiando tutta la sagna e la pizza bianca, su un cazzo di treruote, tutta la roba che avremmo dovuto rubare.

 

A ffà u’ mariuol ci vuole arte.

 

Mi svegliai. Pioveva. Me ne accorsi dal gorgoglìo della canala. Il profumo dei cavatielli al sugo, si spandeva dentro casa, fino al mio letto.

 

Avrei invitato Capazzappon, ma era in Svizzera.

 

U’ Sdentat, per ovvi motivi, preferiva u’ brodin.

 

Mi accuppai tre tracchiulelle, mi inguacchiai di sugo, bevvi vino rosso.

 

E l’acqua ?

 

Ah, l’acqua va alla spalla……

 

 

 

 

 

 

 

 

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi.

Autore

Rispondi