Fallimento, la crisi aziendale può essere prevista e governata

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Lo disse Edward Altman nel ‘68: l’insolvenza dell’imprenditore si può prevedere. Il professione di finanza della Stern School of Business di New York ne era convinto e lo dimostrò con un’analisi empirica su un congruo numero di aziende quotate in borsa elaborando un indice predittivo della probabilità di fallimento, lo Z-score o indice di Altman.

A distanza di 50 anni il legislatore italiano scopre le “procedure di allerta” e la “composizione assistita dello stato di crisi” di cui all’art. 4 della novella Legge 155/2017. Ma prima della legge delega per la riforma del fallimento gli esperti di finanza aziendale lo sapevano almeno da 50 anni che la crisi di azienda, quella condizione che mina la continuità dell’impresa, si può prevedere e, sotto mani esperte, governare.

Già i principi contabili nazionali (OIC) ed intenzionali (IAS), applicati da tutti gli esperti aziendalisti, avevano previsto regole e valutazioni applicabili solo in condizione di  continuità aziendale, ossia di capacità dell’azienda di avere prospettive vitali.

Quindi, la norma arriva tardi, ma, come si dice, meglio tardi che mai.

Veniamo ora agli indici di allerta, quei ratios che dovrebbero allarmare gli stakeholders e provocare la procedura di composizione assistita della crisi. Il problema è chi guiderà l’imprenditore fuori dalla palude dell’insolvenza? La legge delega prevede un collegio di tre esperti iscritti in un apposito albo di nuova istituzione: uno di nomina del presidente della sezione specializzata del tribunale competente, un’altro nominato dalla Camera di Commercio ed un’altro ancora nominato dalle associazioni di categoria. Il nodo delle competenza degli esperti dovrà essere sciolto entro dodici mesi dal Governo attraverso uno o più decreti legislativi per la riforma organica delle procedure concorsuali. In sostanza, si vuole socializzare la crisi: se un fallimento (prossimamente si chiamerà liquidazione giudiziale) ha un impatto sociale devastante per le famiglie che direttamente e/o indirettamente ne sono coinvolte (imprenditore, dipendenti, fornitori, clienti, banchieri ecc.) allora la soluzione della crisi necessita di un intervento sociale: l’imprenditore non va lasciato solo ma, predetta l’insolvenza, va accompagnato verso la soluzione con misure gestite da presidi amministrativi opportunamente investiti del problema. Il tempo di risoluzione concordata tra imprenditore e creditori non dovrà superare i sei mesi.

La norma individua, tra l’altro, alcuni indici predittivi di insolvenza quali: il rapporto tra mezzi propri e mezzi di terzi; l’indice di rotazione dei crediti; l’indice di rotazione del magazzino; l’indice di liquidità.

Ma sarà necessario stabilire una misura oltre la quale o al di sotto della quale (dipende dai punti di vista) l’indice possa certamente indicare una criticità finanziaria. Ovviamente è roba da esperti e non basterà un robusto curriculum per individuare i i”risolutori” sarà necessario un significativo “track record”, come dicono gli inglesi, una traccia di ciò che si è realizzato in tema di risoluzione di crisi aziendale, un retroterra culturale da temporary manager.

 

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