COSA MANCA AL CAPITALISMO

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Sembrerebbe una domanda e, invece, voglio farne un’affermazione. Nelle scuole in cui si tratta di economia ci hanno detto che, in sostanza, il Capitalismo consiste in una forma di gestione dei mercati in cui coesistono persone che hanno la proprietà dei mezzi di produzione (i capitalisti) con persone che partecipano ai processi di creazione della ricchezza mettendo a disposizione delle prime il loro lavoro, le loro energie (i lavoratori). In realtà, ho scientemente semplificato la definizione di capitalismo per non appesantire il nostro discorso. Da questa semplice constatazione il filosofo ed economista Karl Marx fa discendere la cosiddetta lotta di classe: capitalisti contro operai. I primi, nell’accezione marxiana, che perpetrano, attraverso il conseguimento del profitto, un’espropriazione ai danni della classe operaia, i secondi impegnati in una lotta continua nel tentativo di non farsi strappare il frutto del proprio lavoro. Il mezzo che questi ultimi hanno a disposizione nella lotta contro il “padrone” (così era chiamato il capitalista in un gergo sindacale ormai in disuso) è lo sciopero: l’astensione dal lavoro programmata dalle associazioni di lavoratori e finalizzata a manifestare il disappunto della classe operaia sulle proposte contrattuali di lavoro e ad accompagnare le trattative sindacali. Ma lo sciopero non può durare all’infinito poiché i lavoratori hanno comunque la necessità di guadagnare (le giornate di sciopero non vengono retribuite) per garantire a se stessi ed alle loro famiglie la sopravvivenza. Chiaramente il capitalismo non è solo questo ma è tante altre cose: allocazione delle risorse; rischio d’impresa; soddisfacimento dei bisogni; strategia imprenditoriale; relazioni industriali e quant’altro. Ma la dicotomia che forse più ha influenzato i rapporti tra gli uomini è quella che vede i padroni contrapposti agli operai. I primi, freddi, impietosi, tesi a massimizzare i profitti, che, quando sbagliano, non esitano a scaricare sulla classe operaia le conseguenze della crisi. I secondi, costantemente pressati dal bisogno, ostaggio dei loro padroni, che subiscono le scelte dei capitalisti e che hanno come unica possibilità di essere controparte del capitalista attraverso le associazioni sindacali. È chiaro che in questo clima – provocatoriamente esagerato – i rapporti sociali siano caratterizzati da una tensione continua tra le parti che si guardano in cagnesco e si affrontano con circospezione e diffidenza e con la sola mediazione efficace dello Stato. Ma possiamo immaginare un’etica diversa del capitalismo? Io penso proprio di si. Al capitalista manca il sentimento che più di tutti conferisce umanità agli affari: la compassione, il sentire come propri il disagio e la sofferenza altrui. La compassione rende una posizione di forza molto più “concessiva”, ma la compassione si impara con l’educazione: l’educazione alla compassione. Allora le scuole di management avrebbero

bisogno di istituire un’ulteriore disciplina: la disciplina dell’uomo, della compassione, della carità e della solidarietà. Si badi bene sono tre sentimenti (virtù) aconfessionali comuni ai Greci, agli Ebrei, ai Cristiani, ai Buddisti, agli Scintoisti ecc. Sempre più pressante appare il problema di un etica condivisa frutto, appunto, di una necessità di evoluzione sociale e non meramente imposta dalla legge. In quest’epoca di profonda crisi finanziaria, dove la classe operaia sta tornando a diventare classe ed i capitalisti sono sempre più isolati, lo Stato tenta di mettere “pezze” attraverso ammortizzatori sociali difficilmente sostenibili ad libitum da coloro che lavorano ancora e li alimentano con il loro contributo. Da una classe operaia forte e compatta in stile anni ’60, la cui coesione era alimentata dalla piena occupazione, stiamo assistendo al passaggio ad una classe di non lavoratori, sempre più numerosa, sempre più indispettita, sempre più paradossalmente indebolita dalla globalizzazione, uno tzunami che sta preparandosi ad abbattersi sul nostro modello di società. E, purtroppo, i tagli orizzontali ed indiscriminati alla spesa pubblica fino ad oggi messi in atto in sede politica non hanno fatto altro che caricare di energia l’onda d’urto che sta formandosi: tagli alla scuola, tagli alla sanità, tagli alle forze armate e di polizia, tagli ai contributi comunali, provinciali e regionali. Tagli, cioè riduzione drastica e drammatica di posti di lavoro. E così la classe dei non lavoratori va ingrossandosi sempre di più. Ma la soluzione chi la deve trovare. Tutti, lo Stato i Capitalisti e i lavoratori (quelli che ancora hanno un posto di lavoro). Se poi aggiungiamo l’inefficienza della classe politica, mediatrice per eccellenza nel rapporto tra le classi sociali, allora la carica è innescata. Come uscirne? La soluzione è l’educazione all’etica della compassione: approccio partecipativo ai problemi altrui.

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