ARATRO – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, inaugura la sua nuova stagione

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ARATRO – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, inaugura la sua nuova stagione con  la mostra antologica, curata da Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio, di Franco Mulas, uno dei protagonisti della pittura figurativa italiana degli ultimi decenni.
Le opere di Mulas in esposizione risultano essere una selezione di lavori che vanno dagli anni Novanta a oggi, dedicati al tema del paesaggio, elemento centrale della sua ricerca dopo la sua fase più strettamente figurativa e politica degli anni Sessanta e Settanta.
Alla fine degli anni Ottanta, Mulas, infatti, ha cominciato a lavorare sulla frammentazione
delle immagini di paesaggio, che l’artista, dipingendo, seziona e taglia in lastre e in schegge,
per poi ricomporlo come un vero e proprio puntellamento della memoria all’interno del
quale recita un ruolo importante il sentimento della perdita delle ideologie e dello
smarrimento dell’utopia. In una sorta di mulinello circolare, Mulas discende a ritroso nel
tempo per poi agganciarsi alla contemporaneità, evidenziando la sua attenzione per la Pop
Art nella tavolozza acida della pittura che ricorda cromature e colature di acciaio fuso, in un
flusso che immerge la sua stesura cromatica in acque della memoria e dell’inconscio, da cui
sorgono lastre marmoree dove si innesta il ricordo delle Ninfee di Monet, in opere che
appaiono come premonizioni di molte immagini digitali del nostro presente, tra cinema in
HD e nuova pittura realizzata al computer. L’artista compone dunque la sua personale storia
del paesaggio, attraversando con coerenza la pittura romantica e le citazioni impressioniste,
la Pop Art e l’Informale per costruire un lungo viaggio di sublimazione in cui il paesaggio
viene rielaborato in una sorta di décollage iconico fondato sulle basi e sulla trasformazione
della sua visione pittorica.
Mulas evoca così porzioni di natura rilette dall’occhio artificiale di un’opera che si trasforma
in un possibile inventario del reale costruito con gli strumenti archetipi della pittura, ci
presenta cataloghi di tramonti e una serie di big bang che mettono l’artista a confronto
diretto con il mistero della luce, in lavori dove le immagini si fissano come un codice
genetico impresso sull’acqua e sulla pietra e si disfano giungendo al confine dell’astrazione,
fino agli ultimi quadri in cui la visione si avvicina alla contemplazione desolata delle macerie
culturali di un presente dove l’utopia si è ribaltata segno distopico dell’azzeramento.

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