1 maggio, la Festa del lavoro che latita

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Da diversi anni il 1° maggio è diventato un tormento piuttosto che una festa.

Un cruccio per chi deve dare una speranza a coloro che il lavoro non ce l’hanno e, ancor peggio, la sofferenza vissuta da chi si trova in grande difficoltà, ai tanti sfruttati ed ai tanti giovani che non lo hanno mai trovato.

Variopinte statistiche sciorinate giornalmente che fotografano un paese diviso in 3, non in 2, gli agiati, quelli che annaspano e  gli indigenti.

La politica chiede ai cittadini di essere ottimisti perché, a suo dire, si sta uscendo dalla crisi, mentre le statistiche, impietose, dicono che sono pochi quelli che realmente se ne giovano, anche se parlano di un maggior numero di occupati.

In Molise, le istituzioni  dovranno impegnarsi moltissimo nel trovare le migliori soluzioni al fine di recuperare il gap con le altre regioni, ma, soprattutto, far si che la disoccupazione diminuisca e tutto il precariato che si è generato negli ultimi anni si trasformi in lavoro stabile e faccia si che in questa regione torni il benessere.

Nelle menti di tutti dovrebbero ridondare le parole di Enrico De Nicola, allora Capo provvisorio dello Stato, che il 15 luglio 1946 nel discorso di insediamento disse: “La Costituzione della Repubblica Italiana assicurerà alle generazioni future un regime di sana e forte democrazia e consacrerà per i rapporti economico-sociali i princìpi fondamentali, attribuendo al lavoro il posto che gli spetta nella produzione e nella distribuzione della ricchezza nazionale”.

Come quelle di Pietro Calamandrei che nel 1955 si rivolse agli studenti milanesi così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti. Dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale”.

Daphne Iamartino

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